martedì 24 maggio 2011

"Il racconto dell'acqua" Sistemi storici di fruizione delle risorse idriche nel territorio Jonico Etneo - La qualità delle acque del versante orientale dell'Etna e il loro potenziale utilizzo ai fini potabili e commerciali


Giornate di studio 13-14 maggio 2011
Via Calderai ex Pescheria - Giarre (CT)
"La Qualità delle Acque del Versante Orientale dell'Etna e il loro potenziale utilizzo ai fini potabili e commerciali” è il tema trattato dallo scrivente nell’ambito della due giorni di studio sulle acque tenutosi a Giarre (CT) nei giorni 13 e 14 Maggio 2011.
Si ripropone di seguito una sintesi significativa dell'intervento.
La qualità delle Acque dell'Etna è elevata. In genere rispettosa dei parametri chimici, fisici e microbiologici previsti dalla normativa di riferimento, ossia il D.lgs. n. 31 del 02/02/2001. Questa realtà è diffusa, nel senso che quasi per intero, laddove la falda idrica è a oltre i 70 m dal piano campagna, l’Etna possiede acque che senza alcun pretrattamento depurativo possono essere conferite in acquedotto. Non è facile né frequente ritrovare questa realtà. Essa si realizza in un’area densamente urbanizzata, sprovvista in genere di fognature dinamiche per il trattamento adeguato degli scarichi prima del loro smaltimento che normalmente avviene nel suolo. Immaginate che non esistono né fognature né depuratori eppure le acque sotterranee mantengono la loro qualità. Perché?
Prima di tutto per la intrinseca natura del sottosuolo etneo, costituito da terreni che esprimono un altissimo potere autodepurante per processi di filtrazione meccanica o di adsorbimento legati alla granulometria e, conseguentemente, alla porosità dei terreni. Inoltre la natura dei terreni determina fenomeni di trasformare delle sostanze inquinanti per processi ossido-riduttivi, precipitativi, di scambio ionico o altro, vincolati alla possibilità di lunghi tempi di contatto acqua-terreno, garantiti dai terreni granulari, specie di quelli a grana minuta come tufiti, lahars, paleosuoli sabbioso-limosi (fig. 2 e 3), non di rado a matrice argillosa. Quest’ultima è presente in particolare nei paleosuoli, frutto dei processi di lateritizzazione per pedogenesi quando questi erano suolo attivi, ossia terreni a contatto con l’atmosfera.
Fig. 2 - Frequente condizione stratigrafica etnea
L’Etna inoltre è un grande serbatoio idrico per due motivi fondamentali: l’alta piovosità dei suoi versanti, specie di quello orientale, che si oppone ai venti umidi di sud-est (scirocco), che determinano il cosiddetto “effetto STAU” (vedasi foto 1), e la grande permeabilità che in genere caratterizza i terreni di copertura, specie quelli presenti alle medie e alte quote del vulcano (2000-3300 m s.l.m.). In tali condizioni si realizza una infiltrazione efficace formidabile, prossima al 100%. Tale realtà determina una ricchissima circolazione idrica sotterranea la cui velocità e vettorialità dipende dall’assetto del substrato impermeabile (acquiclude), a sua volta profondamente condizionato dalla tettonica peculiare del versante orientale dell’Etna, che risente dell’assetto locale e della tettonica regionale (Scarpata Ibleo-Maltese). Il versante orientale, che tende a scivolare verso lo Ionio alla velocità di 3 cm/anno (Ruch, J. at alii, 2010; Carveni et all. 1997) è interessato da faglie distensive che lo sbloccano e realizzano la famosa gradinata di faglie che dal cratere centrale arriva fino a mare e oltre, continuando in mare fino a notevole distanza dalla costa. Le faglie rappresentano elementi di drenaggio idrico preferenziale sotterraneo perché tendono ad innalzare localmente la permeabilità
fig. 3 - Dettagli fig.2
della fascia di disturbo tettonico e perché, trattandosi di faglie dirette contrarie, orientate normalmente NNW-SSE, determinano un assetto geometrico degli strati che favorisce l’accumulo dell’acqua, effetto diga nei confronti delle direttrici idriche che notoriamente tendono ad essere radiali rispetto al corpo centrale del vulcano pertanto, trasversali rispetto alla faglie.
Le faglie sono altresì i canali preferenziali per la risalita di gas dal profondo, in primo luogo la CO2, accompagnata da piccole quantità di SO2 (anid. solforosa), HCl, HF. L’acidità acquisita dalle acque con la dissoluzione di questi gas e fluidi di chiara origine vulcanica, viene tamponata dalla dissoluzione dei minerali che formano le rocce dell’acquifero. Questo concretizza il più significativo processo di mineralizzazione delle acque. Secondariamente, il mescolamento con acqua marina (lungo la pianura costiera di Fiumefreddo e Mascali), e/o con acque saline provenienti dal basamento sedimentario del vulcano e il contributo antropico da attività agricola (nitrati, solfati, cloruri), rappresentano l’altra fonte di mineralizzazione.
La risalita di gas e fluidi endogeni che si dissolvono nelle acque e la struttura geologica del vulcano realizzano una spinta varietà di falde idriche caratterizzate da diverso facies geochimica e diversa grado di mineralizzazione sia verticalmente che orizzontalmente. Le faglie e la relativa fascia di fratturazione rappresentano spesso, oltre che canali di risaluta preferenziale di gas e fluidi, il collegamento tra falde normalmente non comunicanti (acquiferi multi falda) che, miscelandosi generano nuove e imprevedibili facies geochimiche. Questa in sintesi è la ricchezza del vulcano in termini idrogeologici e idrogeochimici.
Per quanto variabile siano le facies geochimiche sono in genere da ricondurre a quella bicarbonato alcalino terrosa a tendenza magnesiaca sintetizzabile in questo modo: HCO3>Cl>SO4 = Na>Mg>Ca; il diagramma di Fig. 5 rende conto della classificazione delle acque secondo il diagramma di Lengelier-Ludwig. Il diagramma triangolare di fig. 6 rende conto della ricchezza di sodio e potassio da attribuire alla mineralizzazione da HCO3, come testimonia il diagramma triangolare degli anioni di fig. 7 e non, come potrebbe sembrare, dall’azione mineralizzante di acque marina. La ricchezza dello ione bicarbonato da ricondurre alla natura vulcanica del sottosuolo e alla sua risalita dai circuiti vulcanici è la condizione che meglio predispone alla mineralizzazione.

Fig. 5 - Diagramma di Langelier-Ludwig acque dell'Etna
(Piano di tutela delle acque di cui al D.lgs 31 del 2/2/2001
Da studi eseguiti dallo scrivente e dal confronto con il quadro idrochimico delle acque minerali in commercio una delle zone più interessanti dal punto di vista idrominerale è il territorio tra i comune di di Acireale e S. Venerina. Qui è stato campionato un numero significativo di pozzi in gran parte destinate all’irriguo ma anche pozzi destinati all’approvvigionamento idropotabile di S. Venerina e di Acireale. Sono stati diagrammati i valori parametrici delle acque per effettuare un confronto sinottico con i valori guida delle acque
Fig. 6 - Facies cationica delle acque dell'Etna
(Piano di tutela delle acque di cui al D.lgs 31 del 2/2/2001)


delle acque destinate al consumo umano secondo il D.P.R. 236/88 (adesso d. l.gs 31 del 2/2/2002). Nello stesso diagramma sono stati proiettati i valori di delle maggiori (in termini commerciali) acque minerali italiane. Si è constatato che i valori delle acque locali si avvicinassero ai valori guida delle acque del D.P.R. 236/88 più di quanto normalmente si avvicinassero quelle delle acque in commercio. Un’indagine tra la popolazione fruitrice della acque ha verificato che le acque dell’acquedotto venivano considerate organoletticamernte apprezzatissime (acque definite localmente saporite e “spizzusi”). Tale realtà si concretizza non per un eccesso di mineralizzazione da metalli alcalini (nocivi entro oltre certi limiti alla salute) e carbonati (acque oligo e mediominerali mediamente dure), ma con una relativa ridotta mineralizzazione. Il sapore alle acque viene conferito dalla notevole quantità di CO2 
disciolta, proveniente dal profondo, veicolata da faglie locali importanti, le più attive dell’apparato vulcanico
Fig. 7 - La facies anionica delle acque
etneo (faglie dei terremoti di Linera, S.Venerina, S. G. Bosco). È il tipico acquifero multifalda in cui le falde tendono a miscelarsi tra loro per l’esistenza di discontinuità tettoniche che le mettono in comunicazione idraulica, cui si associa la miscelazione ingenerata dagli stessi pozzi che interessano più falde.
Punti di debolezza del sistema idrogeologico etneo sono costitutivi da un pronunciato abbassamento della falda nell’ultimo cinquantennio, sull’ordine dei 70 m (Ferrara at alii, 1993), e la progressiva incrementazione dei parametri chimici a causa dell’approfondimento dei pozzi che tendono a seguire, appunto, l’abbassamento della falda e quindi a pescare da falde più profonde e mineralizzate. Contribuisce altresì il ridotto potere diluente nei confronti dei processi d’insalinamento lungo la fascia costiera e dei processi di mineralizzazione indotti da percolati da attività antropica, come i nitrati, i fosfati e i sali potassici utilizzati nell’agricoltura.

Fig- 8 - IL sistema delle faglie del basso versante
orientale dell'Etna
In sintesi, quantità notevoli d’acque sotterranee dotate di ottima qualità (per la loro mineralizzazione non inquinata da contributi di attività antropiche) e varietà geochimica, nell’ambito di territori relativamente poco estesi, trovano un generale apprezzamento nei fruitori che ha riscontro nel rispetto dei limiti parametri imposti dalla normativa di riferimento e in un sapore particolare, “vivo”, conferito dalla presenza di CO2 disciolta, accompagnata da una mineralizzazione generalmente non eccessiva che rende le acque del versante orientale dell’Etna (ma in genere dell’intero territorio vulcanico) adatte ad un consumo intenso. Ai fini della completezza d’informazione vengono omesse valutazioni circa i problemi emergenti da tempo legati al Vanadio, presente oltre i limiti della normativa nelle acque della zona di Bronte (da poco tale limite è stato innalzato dal ministero dell’ambiente perché ritenuto possibile a seguito di studi dell’Istituto di Igiene di Catania)
Volendo sintetizzare il contenuto del presente articolo, per le acque del versante orientale dell’Etna è possibile concludere:

• Ottima qualità e spiccata varietà geochimica delle acque
• Ottima capacità di difendersi spontaneamente dall’inquinamento organico
• Pericolosi segnali di eccessivo sfruttamento della falda
• Pericolosi segnali d’inquinamento da nitrati


Giuseppe Filetti

 Bibliografia

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Azzaro R. (2004) Seismicity and active tectonics in the Etna region: constraints for a seismotectonic model. In Bonaccorso A:, Calvari S., Coltelli M., Del Negro C., Falsaperla S., “Mt. Etna: Volcano _oscatello”. Am Geoph. Union, Geophysical Monografy, 143: 205-220

Borgia, A., Ferrari, L., Pasquarè, G., (1992) Importance of gravitational spreading in the tectonic and volcanic evolution of Mount Etna. Nature, 357, 231-235.

Calmiero (1975) Le precipitazioni in Sicilia nel cinquantennio 1921-1970. C.N.R.I. – IRPI Cosenza

Carveni P, Filetti G., Bella D. (1997) - Aspetti geomorfologici e sismologici connessi a fenomeni di tettonica gravitativa nel basso versante orientale dell'Etna - Geogr. Fis. e Dinam. Quatern. (20) (1977) 43-49 4 figg.

Ferrara V. (1975) Idrogeologia del versante orientale dell’Etna – Atti 3° convegno _oscatello_ale sulle acque sotterranee , Palermo, 91-144

Ferrara V. (1993) Modificazioni indotte dallo sfruttamento delle falde sotterranee sull’equilibrio idrodinamico e idrochimico dell’acquifero vulcanico etneo – Memorie _oscate Geol. Italiana 47 (1991), 619-630, 8 ff.

Ferrara V., Pappalardo G. La carta idrogeologica del massiccio vulcanico dell’etna come utile strumento per la gestione razionale delle risorse idriche sotterranee

Ferreli L., Azzaro R.; Bella D. Filetti G., Michetti A.M., Santagati F., Serva L, Vittori E. (2000) Analisi paleo sismologiche ed evoluzione della fogliazione superificiale lungo la Timpa di _oscatello, M. Etna (Sicilia. Boll. Soc. Geol. It 119, 251-265

Filetti Giuseppe, (1984) Idrogeologia del versante sud-orientale dell’Etna – Tesi sperimentali di laurea

Filetti G. & Bella D.  (1995) - Gaetano Platania: un geologo "d'altri tempi" - Considerazioni sul movimento franoso del versante orientale dell'Etna -  Logos (a. II, n. 3, Luglio-Settembre 1995)
Lentini F., Carbone S., Catalano S., Grasso, M. (1996). Elementi per la ricostruzione del quadro strutturale della Sicilia orientale. Mem. Soc. Geol. It., 51, 179-195.

Lo Giudice, E., Rasà, R., (1992). Very shallow earthquakes and brittle deformation in active volcanic areas: the Etnean region as example. Tectonophys., 202, 257-268.

Ruch, J., Avocella V., Stroti F., Neri M., Pepe S., Solaro G., and Sansosti E. (2010,) Dethachement depth revealed by rollover deformation: an integrated approach at Mount Etna, Geophys. Res. Lett., 37, L 16304, doi: 10. 1029/2010GLO44131


martedì 8 marzo 2011

I fatti epocali del nord Africa e i miei pregiudizi di Giuseppe Filetti


Foto tratta da umsoi.org
 Penso e ripenso con stupore a quello che sta succedendo e potrà succedere nella nazione araba e in Iran. Confesso che avevo notevoli pregiudizi sulla loro capacità e possibilità di ribaltare, anche con il coraggio di mettere in gioco la propria vita, regimi consolidati da decenni. Credevo altresì che i nuovi mezzi di comunicazione non avessero la capacità di produrre sensibilizzazione autentica e coinvolgimento di massa. Ossia di andare aldilà della retorica sulla reale potenzialità della capacità di sensibilizzazione di massa dei nuovi mezzi, internet e i social network in primo luogo. Invece ecco quello che non mi sarei mai aspettato, specialmente in Tunisia e in Libia. Ero stato in Tunisia nel 1990, avevo conosciuto una società conformista, ammirata della società occidentale, appiattita su miti fatti di consumismo più che di libertà. Ipocrita sostanzialmente, non disposta ad alzare la voce sia nei singoli individui che come società. Non credevo onestamente che avesse la voglia e la capacità di ribellarsi e ribaltare un regime. Pregiudizi, lo ammetto con onestà anche se sono contento perché gli accadimenti epocali dimostrano che:

• la storia dell'umanità è viva, niente è scontato e ogni epoca ha un suo potenziale rivoluzionario
• le sicurezze economiche di una classe sociale seppur ridotte ma importanti nel loro contesto non sono sufficienti ad acquietare gli individui. Parlo dei militari che in tutti i casi si sono schierati con la popolazione: quale potrebbe essere il motivo visto che si tratta di un corpo i cui componenti percepiscono uno stipendio a fronte dell'assenza di reddito minimo di vasti strati della popolazione che invece potrebbe avere proprio questo come motore della ribellione
• il rischio di morire è più forte rispetto al bisogno di emancipazione umana
• la religione non è il motore della ribellione come lo fu in Iran nel 1979
• l'integralismo arabo non è probabilmente un dato univoco quasi da carattere peculiare, antropologico, di queste popolazioni e che la povertà non determina automaticamente il controllo dell'opinione collettiva tramite i religiosi e la religione, come successe in Iran e succede in Libano ad opera degli Hezbollah, partito d'ispirazione religiosa che costituisce ed è riconosciuto da settori importanti della società libanese come stato nello stato, che assiste e accudisce appunto la popolazione sostituendosi allo stato; è finanziata infatti dall'Iran che ha tutto l'interesse all'affermazione della cultura e della politica integraliste.

foto tratta da blitzquotidiano.it

Ho la coscienza che alcune mie affermazioni siano deboli e smentibili dalla veloce evoluzione del contesto e del divenire dei fatti. Ho l'impressione comunque che gli arabi del nord africa abbiano sperimentato che le rivoluzioni d'ispirazione religiosa come quella iraniana e talebana in Afganistan non abbiano prodotto il benessere e la condizione di vita che tutti si attendevano. Dunque vedranno, per lo meno lo spero, con scetticismo il riproporsi di evoluzioni analoghe del quadro politico della propria nazione a seguito dei fatti traumatici di questi mesi.

Infine vorrei fare alcune considerazioni sulla potenzialità che i fatti hanno dimostrato circa il quadro politico italiano. Anche qui ero scettico sulla possibilità che la protesta di piazza potesse avere effetti concreti sulla destabilizzazione di un regime come quello che viviamo nell'era berlusconiana. Ho adesso, con i fatti di cui tratto, la fondata speranza che l'opinione collettiva e le sue tangibili manifestazioni abbiano più potere di quanto immaginiamo. Pertanto che ben vengano scioperi e manifestazioni di piazza, perché se non hanno immediato effetto come in nord africa, hanno sicuramente la capacità di evitare l'acquiescenza psicologica e la tranquillità di chi governa.

Giuseppe Filetti

domenica 13 febbraio 2011

Amo la Timpa e non la ruspa di Giuseppe Filetti

Da bambino abitavo in un paese che la coscienza d'adulto mi ha fatto valutare pressoché equidistante dalle Timpe di Acireale e Acicatena, collocato la dove gli "strani giochi" dell'evoluzione geologica aveva prodotto una semi valle interposta tra le due Timpe.
Lo spazio aperto, verso cui poteva infinitamente spaziare lo sguardo, si apriva a sud, e verso sud volgevo spesso i momenti intensi del mio essere.
Un'escrescenza morfologica ricoperta da cespugli e da alcuni alberi d'alto fusto e una torre in mattoni rossi, sono l'incancellabile ricordo di quelle fughe verso l'infinito, prima che lo sguardo si perdesse oltre l'orizzonte marino che verso oriente si dipartiva per me dalle pendici della collina di Acitrezza.
Alcuni anni fa mi ritrovai senza un preciso motivo nell'alveo del torrente Platani e con l'impasto di curiosità scientifica e ricerca d'emozioni (spesso non riesco a scindere le due cose) cercai prima le "orme" sul basalto levigato degli affioramenti lavici del greto (erano le infantili orme di diavoli e divinità) poi seguì il corso di un flusso lavico protostorico che aveva chiuso la sua avanzata proprio in quell'area. Risalendo verso il culmine del flusso lavico mi resi conto d'aver individuato l'escrescenza morfologica con cespugli ed alberi d'alto fusto che s'interponeva tra me l'infinito: ebbi la chiara percezione che quei luoghi e quella cresta in particolare erano una parte importante dei miei riferimenti culturali ed emozionali dello spazio. Punti e luoghi cardine della mia percezione spaziale attraverso cui inconsciamente avevo trovato da bambino e da ragazzo il migliore rapporto con i luoghi. Non erano e non sono solo elementi fisici del territorio, ma la vecchia torre in mattoni rossi, l'alveo del torrente con le sue orme e l'escrescenza lavica con alberi e cespugli di vegetazione spontanea mediterranea costituivano - era chiaro in quel momento - riferimenti spaziali precisi e fonte delle mie fantasie infantili.

Sono profondamente convinto che l'ambiente debba raccogliere e trasmettere ogni traccia lasciata dagli interventi umani: non c'é segno infatti che non esprima qualche aspetto della società che l'ha prodotto. Ma ciascun segno deve vivere in rapporto e in associazione armonica con l'insieme dei segni che l'hanno preceduto.
Mi resi allora conto che quei riferimenti culturali ed emozionali arano si elementi personali, ma lo erano probabilmente per quanti avevano abitato gli stessi luoghi che avevo abitato io.
Mi fa paura la visione planimetrica, cartografica, del territorio e la ruspa: spesso sono due elementi che tendono ad annullare la terza dimensione.
Ho visto strumenti urbanistici in cui la base topografica ed i particolare le curve di livello erano superflue: si pianificava come se il territorio fosse un'immensa pianura vuota in cui gli unici riferimenti dello spazio fossero i corpi celesti. Ma io che ho imparato ad amare la Timpa, il giardino di limoni, l'anfiteatro lavico con i suoi casolari tra il nuovo Consorzio Agrario e via Loreto, le escrescenze laviche del "Cervo", quelle della "Gazzena" (già, "la Gazzena"!), sormontate dai resti della macchia mediterranea, come posso amare la ruspa? Cioè quell'attrezzo che annulla i dislivelli e fornisce il senso di onnipotenza a chi non sa cos'é il senso di orientamento (anche fisico) nello spazio e l'oggetto produttore di emozioni e fantasie personali e collettive. Quando avremo nel nostro tessuto urbano e al suo contorno (vasto contorno) cancellato ogni traccia dei nostri riferimenti culturali (guardate che non basta il centro storico e la sua protezione) cos'é che ci dovrebbe poi legare a questi luoghi?
Speculazione filosofica? Astrattismo? Utopia?: punti di vista!! Ma ho la netta percezione di come, nei fatti, ci consideriamo gli ultimi abitanti e pianificatori di questi luoghi.

Giuseppe Filetti
(questo articolo è stato pubblicato il 3 maggio 1992 nel giornale la "Voce dello Jonio")

martedì 26 ottobre 2010

Terra Madre 2010

In una momento della nostra storia in cui prevale la tendenza ad uno scoramento esistenziale, la filosofia di Slow Food e le sue manifestazioni Terra Madre e il Salone del Gusto rappresentano bagliori di speranza che fanno bene all’anima. E la mia anima ha riposato nel sentire e vedere i volti di esseri umani che tentano con gioia e naturale orgoglio di non farsi omologare dalla forza del  capitalismo più protervo che vorrebbe poche multinazionali in accordo con gli stati potenti del mondo (Cina e USA in testa) a controllare le terre e le risorse del mondo: schiavizzare, ma in modo moderno, terre ed essere umani.

Terra Madre e Il Salone del Gusto (con l’organizzazione che sta dietro) sono il grande consorzio degli ultimi del mondo, di coloro che vorrebbero mantenere i saperi, tramandarli da generazione in generazione, la produzione alimentare locale, la dignità della propria storia fatta di verbalità e usanze locali che danno senso al mondo.  
E il “senso del mondo” lo si può percepire quando vedi con un colpo d’occhio tutta l’antropologia della terra riunita in un luogo di pochi metri quadri. Quando vedi l’orgoglio di esporre il prodotto della propria terra, che sia una stoffa, un cibo o un vestito
Giuseppe Filetti

mercoledì 13 ottobre 2010

In quella parte della Timpa di Acireale dove il tempo si è fermato


 Abbiamo lasciato la macchina alla chiesetta e imboccato il sentiero. Odore di mare e di campagna; luoghi abbandonati sulla destra: l’agricoltura non rende più e i contadini non ce la fanno (non sempre) a sostenere l’utopia di coltivare il tradizionale rimettendoci, cosicché nessun ricambio generazionale si è concretizzato.

La bellezza la puoi quindi solo ricordare o immaginare; i salti dei terrazzi con i muri lavici di pietra grezza non li vedi, i rovi li hanno coperti. Tutto è in attesa di una speculazione edilizia o di chissà quale trovata perché il “progresso è progresso” e “gli ambientalisti vogliono solo imbalsamare il territorio. Maledetti. Senza  di loro sarebbe stato già un rifiorire di alberghi e case di villeggiatura, magari spacciate per case al servizio dell’agricoltura oppure del turismo rurale, magari realizzati con fondi europei. E l’economia sarebbe rinata, invece niente, preferiscono l’imbalsamazione del territorio. La Riserva!”
Chiara avanza davanti a me con la sua nuova fragilità. Forse è lì con me per non darmi un dispiacere, per fare contento questo strano padre che vorrebbe insegnarle a emozionarsi di natura. Insegnarle! Insegnarle a emozionarsi! Ma come faccio a non ricordarmi che la natura è un’acquisizione lenta come lo è stata per me; compendio o stratificazione di anni, esperienze, studi, orizzonti di senso!? Eppure sono convinto che i bambini vanno posti davanti a questo, davanti all’immagine della natura, davanti al bello. Poi pazienza, perseveranza, non stancarsi di spiegare, di  raccontare le emozioni. Magari m’infastidirò del suo fastidio, ma va bene così, la sensibilizzazione passa dai fastidi, dalla noia. Poi dopo tanti fastidi s’innesca, non si sa come, il desiderio di fare, vedere, godere in autonomia delle cose che ci lasciavano prima indifferenti o annoiati. Avviene l’interiorizzazione dell’emozionalità davanti al linguaggio, ai segni del bello che cominciamo a comprendere: i meccanismi del riconoscimento che producono amore. Più si riconosce e più ci si riconosce nella bellezza della natura, o dell’arte, che diventano lo specchio della parte di noi che non si accontenta, che vuole agganciarsi alla dimensione universale, che vuole trascendere per non morire, o almeno per dare senso e darsi senso. Ci riflette la parte di noi che amiamo di più.
Il sentiero ha i muri alti, non ho mai capito il perché; sembrano fortificazioni della campagna circostante o fortificazioni per difendersi dalla campagna circostante. Camminiamo su terra battuta o spuntoni di roccia lavica levigata da remota usura; l’edera, l’edera sicula, antica, realizza un tetto sul sentiero trasformandolo per un tratto in un tunnel.  La pietra lavica del muro a sinistra ha qualcosa che la rende armonizzata con la vecchiaia dei luoghi, con le sue vescicolazioni che realizzano una trama armonica e i colori antichi grigiorossoruggine. S’intravede l’orizzonte marino ma il mare sembra lontano, al punto da rendere ancora più sorprendente la sua visione dal ciglio della Timpa; e invece è ad appena 100 metri.
Giungiamo dal Compagno Matteo con animo dinoccolato. Benché provato diverse volte, anche questa volta è un vuoto allo stomaco. Un tuffo nei millenni. Com’è  possibile esista un luogo così, senza tempo, a due passi dal terzo millennio? Il tempo si è fermato sopra la Timpa di Acireale ad “Acquegrandi”, dove un sentiero porta in quella strana spiaggia
Silenziosi, ad ammirare il mare di gennaio dall’alto, modellato dinamicamente dal maestrale con un mosaico di azzurri cangianti in una giornata di luce sfolgorante che solo l’inverno può regalare. Osservo la mia piccola discretamente, voglio non contaminare la sua reazione allo spazio aperto, alla meraviglia, a quella meraviglia che mi piace osservare nei tanti che ho condotto in quel luogo. Ma lei è  la mia bimba fragile. ”Dai ispirati e fotografa, lì, con l’euforbia in primo piano, verso Santa Maria la Scala!. Chiara non si scompone  dicendo solo un “bello” di ordinario entusiasmo, ovviamente non quello che avrei desiderato io.
Iniziamo così il percorso in discesa fermandoci quasi subito perché lì, nelle pietre del muretto a secco sulla sinistra ce n’è  una speciale; contiene uno xenolite. La conservo nel cuore da anni, è legata a simboli emozionali e d’amore, come quel rudere di edificio diroccato alle spalle.  Un pezzetto di roccia estranea staccata dal magma durante la risalita dalle viscere della terra.
IL sentiero è stato sistemato dalla Forestale alcuni anni fa, anche se la macchia mediterranea tende già a stringerlo, a richiuderlo. Non è agevole, mette a dura prova ginocchia e caviglie. Ma ne val la pena. Altri xenoliti e altri ricordi. La spiaggia con le cocole si apre a semiluna. E’ un museo delle micro forme delle “cocole”. Le cocole e i gli scogli tutti dimostrano di una spiaggia che è stata sotto il livello del mare, che per le strane vicende geologiche si ritrova adesso sopra il livello del mare. Lo testimoniano anche le concrezioni carbonatiche che suturano, riempiono, cementano; tipiche di ambiente costiero subacqueo. Chiara stavolta s’infervora. Le sculture alveolari delle cocole le piacciono, le fotografa, le fa diventare soggetti fotografici. “Garda quella roccia Chiara, sembra un animale preistorico, la pelle di un dinosauro”. Le canne della scarpata soprastante testimoniano di un’umidità persistente, conseguenza della presenza di terreni sabbiosi e limosi poco permeabili, che sormontano il terreno argilloso su cui poggia il vulcano, questo gigante dai piedi d’argilla.  Un passato di pendici terrazzate per la coltivazione della vite lungo le scarpate delle Timpa. Adesso regno di canne o rovi.
Un pescatore è li sulla spiaggia paziente, non ci degna di uno sguardo, come l’uomo solitario col suo cane. “Se ce la fai ti porto a vedere i terreni più belli della Timpa, delle sabbie bianche (tufiti color bianco latte) con i fossili di organismi marini, terreni che sono testimonianza di fondale marino e di condizioni diverse, molto diverse dalla condizione attuale: laddove c’era il mare adesso e continente, roccia o terreno su cui camminiamo”.  “Dai, allora seguimi, non è agevole perché dovremo camminare un po’ verso nord, su questi scogli, ma poi la nostra fatica verrà premiata”. Chiara si ferma dopo alcuni minuti di volenterosa faticosa avanzata sui mega blocchi di lava; anche io mi fermo dopo poco, non ha senso avanzare oltre senza lei e non voglio lasciarla fuori dal mio controllo visivo.  Fotografo da lontano le tufiti fossilifere deposte 250 mila anni fa in una mare poco profondo e ritorno da Chiara. Ho foto di dettagli dello stesso soggetto fatte in altre escursioni, può bastare.
Ritorniamo sul sentiero che s’arrampica verso il Compagno Matteo dopo avere fotografato come una star un blocco di roccia lavica con le sculture alveolari talmente belle da farlo apparire una madrepora grigio perla. Entrambi abbiamo raggiunto un obiettivo; ci attende la dura salita ma sappiamo che abbiano raggiunto il nostro obiettivo. Siamo stati bene insieme in questo posto fuori dal tempo che per miracolo ha resistito all’avanzare pervasivo del brutto architettonico che ha corrotto spettacolari paesaggi costieri.
Forse la nostre battaglie ambientaliste non ci hanno fatto ottenere tutto quello che pensavamo, negli anni ’80 , fosse a portata di mano. Quando la sensibilità ecologica diffusa dava credito alle rivendicazioni e fastidio serio agli amministratori. Adesso c’è l’indolenza, la loro indolenza, e la gente è rinchiusa nel proprio privato, stanca e disillusa, ambientalisti compresi. Ma abbiamo contribuito a salvare (spero per sempre) un pezzo di territorio che consente  ancora adesso e  consentirà, spero, di osservare quello che era possibile osservare secoli o millenni fa.  
Giuseppe Filetti